ago 17 2012

Instagram

La parte divertente dei social è pure dedicarsi a scattare stupide fotografie con il telefono e poi pubblicarle. Sono tornato oggi dalle mie vacanze in Istria, dove spesso non mi andava di prendere la macchina fotografica, scegliere l’obiettivo, i filtri, studiare le pose… Diciamoci la verità: la mia Olympus pesa, e la borsa con gli accessori ancora di più.

Poi però ti capitano situazioni divertenti, o momenti che il tuo occhio da fotografo dilettante immagina in un riquadro. Ecco allora che ci viene in aiuto Instagram, che consente di fare le cose alla svelta, con poco peso a tracolla, e soprattutto permette di condividere con facilità gli scatti. Devo dire che ci sono molte cose interessanti, oltre a tanto trash. La creatività di molti rincorre le pose bimbominkia di moltissimi, ma alla fine vale la pena.

Poi non rimane che da trovare il sistema per pubblicare queste foto direttamente nel sito, senza perdere tempo con noiose operazioni di ridimensionamento, upload, descrizioni, gallery…. Lo so, sto diventando pigro. Ma ci aiutano diverse estensioni per wordpress. Scelta la prima, cinque stelle dagli utenti, direi che fa al caso mio. Ed ecco in due minuti le mie scemenze scattate col telefono a disposizione della rete. Facile, no?


lug 31 2011

Jalapeños

Jalapeños

Jalapeños, raccolto luglio 2011

E adesso che ci faccio con una trentina di jalapeños? Ne avevo già raccolti una decina qualche settimana fa, belli avanti di maturazione, e ne ho ricavato i semi. Il prossimo anno infatti è mia intenzione andare più a sud possibile, scroccare dieci metri quadri di terreno a qualcuno e stabilire una piantagione a terra.

Tolti i semi ne ho ricavato una salsa a crudo, ottima per insaporire sughi e intingoli. Ma ora ce ne sono trenta, e non mi va di mandarli tutti a salsa. Ritengo quindi che, conservatone qualcuno da mangiare fresco, li possa disidratare col sale e poi metterli sott’olio, come ho fatto l’anno passato (erano di meno). Sono durati almeno fino a maggio, quindi potrebbe essere una soluzione. Oppure potrei prenderne un po’, farli a fettine, poi congelare le fettine. Oppure…

Oppure tornare all’idea originale, ovvero quella che mi ispira da marzo. Farci un bel chili. Senza peperone, soltanto jalapeños e carne. Ma non senza l’immancabile tocco di classe a fine cottura!


lug 30 2011

Habanero Chocolate

Habanero Chocolate

Habanero Chocolate


mar 26 2011

Libertà, precarietà, irriverenza

Dieci giorni con i bambini e i ragazzi, dieci giorni di iniziative per promuovere la lettura, la letteratura per l’infanzia, per avvicinare i bimbi del terzo millennio ai libri, ai fumetti,  riportarli verso una direzione di coscienza civica e cultura della memoria.

Libertà, Precarietà, Irriverenza, programma

Un’iniziativa che si ripropone ormai per il  quinto anno, a Frascati, dal 28 maggio al 7 aprile 2011.  Da segnalare la lettura condivisa in tutta la città della Costituzione Italiana:

MERCOLEDÌ 30 MARZO ORE 9.30

MARATONA DI LETTURA PER TUTTE LE ETÀ ATTRAVERSANDO I LUOGHI DELLA CITTÀ

Lettura condivisa della Costituzione italiana

Ore 9.30 – Comune (ingresso, terrazza e sala consigliare). Coro della SMS T. Buazzelli diretto dalla Prof.ssa Lorena Morsilli.

Ore 11.00 – Bar degli specchi.

Ore 12.15 – Piazza S. Pietro.

Ore 15.00 – Piazza del Mercato.

Ore 16.30 – Centro Anziani, con la partecipazione del gruppo musicale Ladri di carrozzelle – Areanova

Sul sito delle Edizioni Anicia Ragazzi è disponibile il pdf con il programma completo (scarica)


gen 27 2011

Il Cimitero di Praga

Il Cimitero di Praga

Il Cimitero di Praga, 2007


gen 7 2011

5 gradi di inclinazione

La torre di Pisa

La torre di Pisa


ott 31 2010

Hot habanero salsa, una ricetta

Salsa piccante habaneroAd aprile avevo comprato quattro piante di peperoncino. Due Habanero orange, un Jalapeño e un Habanero bianco. Devo dire che le mie aspettative per quest’ultimo erano molte. Oltre la curiosità di vedere un peperoncino bianco, c’era l’attesa di assaporarne il tanto decantato aroma particolare. Ora non so se perché sia andato male qualcosa, o perché la pianta è fasulla, sta di fatto che i bianchi sono assolutamente dolci e dal sapore direi peculiare, che poco si avvicina al gusto di peperone o peperoncino che ben conosciamo.

Sono rimasto assolutamente affascinato dai Jalapeños, che hanno un profumo e un aroma assolutamente incredibile. La pianta ne ha prodotti una buona quantità, alcuni li ho consumati appena colti, altri li ho conservati sott’olio.

Infine l’Habanero orange. Le due piantine sono state, appena arrivate qua, assalite dalle mosche bianche (aleuroidi). Io non ho capito subito la gravità del fatto, così le precauzioni e lo sterminio sono avvenuti forse con un po’ troppo ritardo. Sta di fatto che due piante hanno prodotto ben TRE frutti.

Ieri ho deciso che, appressandosi novembre, era tempo di cogliere i tre peperoncini, per i quali nutrivo un profondo rispetto, essendo nati e cresciuti a discapito di tutte le traversie, del mal tempo, dei parassiti. Che ne faccio? Beh, presto detto: il primo lo si assaggia a crudo. Niente da dire, ottimo il gusto, molto piccante. Bene, ci trifolo i funghi. Ma non sarà sprecato? Così mi decido di preparare una salsa, ma non ho idea di come fare. Cerco in rete e mi imbatto qua:

Serious Salsa: Habanero Hot Sauce

Inutile dire che il titolo mi ha incuriosito, così come la bella foto che ho riportato qui. Ho preparato la ricetta cercando di seguire il più possibile l’originale, ora il risultato è in frigo per almeno due settimane, in un barattolo di vetro ben chiuso, dove i sapori avranno il tempo di amalgamarsi. L’aspetto è splendido, l’odore anche. Non vedo l’ora di assaggiare.

Ricetta per la salsa piccante di peperoncino habanero orange

Ingredienti

  • 1 cucchiaio di olio d’oliva
  • 2 carote grandi, tagliate a pezzi
  • 2 pomodori rossi medi, tagliati a pezzi
  • 1/4 di cipolla gialla, tagliata a strisce
  • 3 peperoncini habanero orange, tagliati a metà
  • 3 spicchi d’aglio, tagliati a metà
  • 1 lime spremuto e filtrato
  • 2 cucchiai di aceto
  • sale q.b.

Procedura

Riscaldare l’olio in un tegame su fuoco dolce. Aggiungere le carote e lasciarle cuocere per cinque minuti circa. Aggiungere nel tegame la cipolla, i pomodori, gli habaneros, l’aglio, un po’ d’acqua, il sale per circa venti minuti.

Togliere dal fuoco, lasciar raffreddare e mettere il composto nel frullatore. Aggiungere il succo di lime e l’aceto, frullare. Si può aggiungere acqua un cucchiaio alla volta se il composto risulta troppo denso.

Aggiungere sale e pepe se necessario.

Attenzione: la salsa risulterà molto molto piccante, quindi fate attenzione! Si raccomanda di utilizzare dei guanti di lattice per maneggiare i peperoncini al momento della raccolta e soprattutto quando vengono tagliati.

Buon appetito!


ott 16 2010

Splendore e decadenza del wrestling Usa

Nato nell’Ottocento nei teatrini delle fiere, il wrestling si è trasformato negli Stati uniti in un «divertimento sportivo» capace di attirare un pubblico considerevole. Con i suoi combattimenti sceneggiati in anticipo e i suoi lottatori variopinti, offre al pubblico uno specchio deformante in cui si riflette l’assurdità dei rapporti sociali. Questo universo cinico e burlesco s’inscrive, in fin dei conti, nella grande tradizione europea del buffonesco.

DI BALTHAZAR CRUBELLIER *

Paul Bearer

Infagottato in uno smoking tagliato male, un uomo maturo, atletico, con un fisico da ammaestratore di orsi, avanza al centro della scena sotto i fischi di migliaia di spettatori radunati il 26 maggio 2008 a Denver (Colorado). Dietro di lui, un impianto audio superpotente sputa una musica rock dagli accordi indistinti. Squadrando il pubblico, urla con una voce rauca: «It’s all about the money!» («Contano solo i soldi»).

L’uomo sa di cosa parla: egli altri non è che Vincent Kennedy McMahon, il ricchissimo proprietario della World Wrestling Entertainment (Wwe), la principale federazione di wrestling degli Stati uniti. Questo lottatore frustrato, il cui patrimonio è attualmente stimato in più di 500 milioni di dollari (1), regna sulla produzione di un divertimento familiare capace di radunare tra i 5 e i 6 milioni di telespettatori americani davanti al Monday Night Raw (2). Lo spettacolo, che attira regolarmente tra dieci e ventimila persone nelle sale americane (fino a settanta od ottantamila per i grandi eventi), è trasmesso in diretta o in differita da quarantatré canali in tutto il mondo.

Ispirato sia alla lotta che allo spettacolo da fiera, il wrestling si è sempre distinto dagli sport di combattimento per una certa elasticità delle sue regole. In origine, per vincere, un lottatore doveva inchiodare al suolo le spalle del suo avversario fino al «tre» dell’arbitro. Tuttavia, la volontà di rendere gli incontri più spettacolari e di riservare un posto sempre più grande alla messa in scena dei combattimenti, ha condotto la Wwe a introdurre continuamente nuove specialità (incontri a squadre, Royal Rumble, Iron Man Match, senza squalifica, ecc.).

Quando acquista la World Wrestling Federation (Wwf), antenata della Wwe (3), nel 1982, McMahon non ha nulla a che vedere con un fondatore di imperi. A quell’epoca, la maggior parte degli americani considerava il wrestling uno sport eccessivamente violento. Inoltre, i differenti organizzatori si dividevano il territorio nazionale, evitando scrupolosamente qualsiasi concorrenza o rilancio. Non riuscendo a prosperare, gli attori del mondo della lotta professionistica vivacchiavano. Nell’arco di tre decenni, il nuovo arrivato trasformerà un’attività capace di riunire qualche migliaia di appassionati in un «divertimento sportivo» (termine di cui si attribuisce la paternità) capace di rivaleggiare, sul piano economico, con la maggior parte dei grandi sport americani.

Se un tale successo si spiega in parte con la moltiplicazione delle reti televisive avide di «contenuti» (4), deve molto anche all’idea maturata da McMahon sullo spettacolo di lotta. A partire dai suoi vagiti a metà Ottocento, con il nome di «lotta libera», il wrestling non si riduce allo scontro tra due atleti: mette in scena anche l’opposizione tra due personaggi molto caratterizzati psicologicamente.

Alla stregua di ciò che avviene nella commedia dell’arte, ciascun protagonista incarna un aspetto della natura umana. Fino all’inizio degli anni ’90, questi bozzetti sono estremamente rudimentali. Si riconoscono soprattutto il «cattivo» (o heel), degenerato e sleale, e il «buono» (o face), che combatte rispettando l’avversario. Pseudonimi pittoreschi facilitano l’identificazione dei protagonisti: l’Angelo bianco, il Boia di Béthune o il Piccolo Principe, star note nella Francia degli anni ’50-60. Il rapporto tra il nome di un personaggio e la sua natura profonda è ancora vago, ma l’idea c’è.

McMahon la radicalizzerà. Rifacendosi all’estetica variopinta dei celebri supereroi dei fumetti (Flash, Daredevil…), che conoscono un crescente successo alla fine degli anni ’80, gli sceneggiatori della Wwf sviluppano una serie di personaggi sempre più eccessivi, che non tardano a imporsi nell’immaginario degli adolescenti dell’epoca. Così il wrestling esce dall’isolamento: i bambini che avevano ammirato le gesta di Batman o di Superman al cinema applaudono i costumi vistosi e le acrobazie di The Undertaker («il becchino»), di Ric Flair e di Hulk Hogan. Oggi, gli uomini di meno di 35 anni costituiscono la componente più grande del pubblico della Wwe (5). Forte del suo successo economico e della sua crescente popolarità, il wrestling fa brillare gli occhi dei programmatori europei (Canal+, Rtl9 e Nt1 in Francia, Sky Sports in Inghilterra) e venire l’acquolina in bocca ai commercianti di giocattoli che vendono a un ritmo sfrenato figurine, costumi, carte e accessori legati all’universo della lotta.

Ispirandosi al fumetto, gli sceneggiatori creano degli eroi sempre più complessi e mettono a punto una scenografia che si rifà sia alle forme del grande spettacolo sportivo sia al registro narrativo delle serie televisive. Un match – o «episodio» – ha una durata compresa fra l’ora e mezzo e le due ore. L’entrata dei lottatori nella sala gremita, che per alcuni riprende una vera coreografia ritualizzata, può occupare fino a cinque o sei minuti.

Infarcito di interruzioni, il combattimento stesso costituisce solo una parte di uno spettacolo che si prolunga tra le quinte, dove si continuano a filmare i personaggi. Il pubblico ammassato nella sala segue le loro peripezie grazie a schermi giganti. Amicizie, tradimenti, alleanze, rivalità: ogni serata a pagamento (una al mese all’incirca) segna una svolta. Da qualche anno le scene più spettacolari si svolgono lontano dal ring: incidenti d’auto, assalti all’arma bianca, intimidazioni… naturalmente trasmesse sullo schermo. In questo contesto, la performance atletica è solo un mezzo per far progredire una storia che si prolunga a volte per lunghi mesi.

Un racconto scandito dai match

I wrestler non sono più la semplice incarnazione di un carattere (il furbo, il leale, il brutale…), ma diventano dei personaggi a tutto tondo, inseriti nella temporalità lunga di un racconto scandito dai match. È un mondo di finzione, con i suoi falsi titoli, i suoi falsi intrighi, i suoi falsi k.o. e i suoi colpi non affondati; un mondo dove il retroscena fa parte della scena, poiché i responsabili della federazione si autoinvitano regolarmente sulla scena e partecipano attivamente allo spettacolo.

Fino alla fine degli anni ’80, l’ideologia espressa dalle trame coincide perfettamente con i luoghi comuni sportivi: solo i campioni hanno diritto di cittadinanza. Ma, con il tempo, la questione sociale irrompe sul ring. E il successo, in particolare quello finanziario, assume un aspetto sempre meno lusinghiero. Difficile sapere, tuttavia, se questa linea è stata immaginata da McMahon e la sua squadra oppure se gli sceneggiatori, sempre pronti a cavalcare le reazioni del pubblico, si sono semplicemente lasciati condurre dagli eventi.

I personaggi di Ted DiBiase (detto Million Dollar Man) e di Irwin R. Schyster (alias Irs, una sorta di agente del fisco americano, in abito tradizionale da contabile) rappresentano senza dubbio il miglior esempio di questa visione molto estremizzata dei rapporti sociali. Al limitare degli anni ’90, i due atleti formano una squadra dal nome evocativo: Money Inc. Durante un anno e mezzo, collezionano vittorie ricorrendo ostentatamente alla corruzione e a tutte le astuzie amministrative. Gli sceneggiatori non perdono occasione per mostrare la losca morale del fisco e dei grandi pescecani Usa, per la gioia degli spettatori. Il messaggio è chiaro: per guadagnare, non bisogna solo barare, ma anche avere agganci nei piani alti.

Diverse forme di dominio sociale sono pizzicate così, più o meno felicemente. Gli intellettuali (con il personaggio di Dean Douglas, un universitario), i ricchi (le umiliazioni pubbliche inflitte da Ted DiBiase a Virgil, suo fedele valletto, hanno a lungo animato le diverse trasmissioni della Wwf) o addirittura, ciò che è più strano nel contesto americano, gli aristocratici. Questo ultimo esempio mostra tuttavia i limiti del sistema messo in atto dagli sceneggiatori. Dopo aver incarnato per anni Hunter Hearst Helmsley, presunto rappresentante della nobiltà del Connecticut, Paul Michael Levesque è stato costretto a indossare un nuovo costume, quello di The Game, una sorta di capobanda amante dell’hard rock, più in linea con i gusti del pubblico.

Al contrario, i wrestler più apprezzati rappresentano spesso delle figure uscite da contesti popolari (poliziotti, operai, rapper, uomini della strada) o dalle minoranze etniche (latini, neri o amerindi). Anche quando il personaggio stesso non è legato direttamente a una classe sociale, può attirare i favori del pubblico aggiungendo al suo travestimento un elemento che lo associ al quotidiano. Così, nel 2008, The Heartbreak Kid (un bellimbusto al tramonto) aveva riscosso la simpatia dei fan rivelando che la celebre crisi dei subprime l’aveva messo sul lastrico.

Contrariamente a sport di alto livello, gli atleti più titolati non sono i più apprezzati, al contrario. Quando gli eroi del pubblico raggiungono la vetta, non ci restano mai a lungo, detronizzati da qualche vigliaccata o dall’intervento illecito da parte di terzi; mentre i personaggi più malefici e senza scrupoli si stagliano al sommo del cartellone. Così facendo John «Bradshaw» Layfield (detto Jbl, ricchissimo allevatore texano) ha conservato il titolo di campione della Wwe per duecento ottanta giorni (un record), utilizzando senza vergogna la sua fortuna per comprare arbitri e ufficiali di gara o ingaggiando altri wrestler per combattere al suo fianco.

Dalla satira sociale elaborata dagli sceneggiatori emerge che il successo non premia la bravura o il merito, ma deriva da una manipolazione sistematica delle regole. L’inverso del «sogno americano» mostrato dai principali canali della diffusione culturale (sport, cinema, televisione)?

Niente incarna questa filosofia meglio di McMahon stesso. Seguendo la grande tradizione inaugurata da Phineas T. Barnum (6), il proprietario della Wwf si è dedicato molto velocemente a cancellare la frontiera tra realtà e finzione, mettendo in scena i propri spettacoli. Paradosso o coerenza? Il proprietario della Wwe non ha mai utilizzato la sua posizione per presentarsi sotto una luce positiva. Sul ring, campeggia come un padrone tirannico, collerico, incompetente e sufficientemente stupido – la quintessenza dell’universo che lui stesso ha messo in campo. Nel corso di molti anni ha squalificato gli atleti o cambiato i risultati dei match a suo piacimento. Ogni serata-spettacolo lo vede implicato in incidenti con i wrestler più in vista, che lo ridicolizzano al termine di combattimenti rocamboleschi.

Nel 2006, volendo rincarare la dose delle provocazioni, McMahon apparì in una serie di scenette nel corso delle quali proponeva a vecchi wrestler al tramonto di far ritorno nella Wwe, invitandoli a unirsi al «Kiss My Ass Club» (il club «Baciami il culo»). Nelle sale colme ai quattro angoli del paese, il ricchissimo imprenditore abbassava i pantaloni in mezzo al ring per permettere alla propria vittima di ubbidire. Sotto le urla e le raffiche di improperi, il presidente prendeva il microfono per aggredire la folla: «Voi fate la stessa cosa in ufficio tutte le settimane, allora non vedo perché non possa esigere un po’ di rispetto anch’io!».

note:
* Giornalista
Connecticut Post, Bridgeport, 10 novembre 2009.

Secondo l’istituto americano Nielsen, riportato da Usa Today, McLean (Virginia), 23 aprile 2009.

La Wwe è nata dall’acquisto da parte della Wwf di due federazioni rivali, la World Championship Wrestling (Wcw) nel 2001 e l’Extreme Championship Wrestling (Ecw) nel 2003.

Vedi Johan Heilbron e Maarten Van Bottenburg, «Gladiatori del terzo millennio», Le Monde diplomatique, ottobre 2009, edizione francese.

Il quarantuno per cento del pubblico americano della Wwe è costituito da uomini tra i 18 e i 34 anni (ComScore Media Metrix, aprile-giugno 2009).

Impresario americano dello spettacolo (1810-1891), divenne celebre per i suoi scherzi e i suoi fenomeni da baraccone.

(Traduzione di V. C.), http://www.monde-diplomatique.fr/2010/05/CRUBELLIER/19123


ago 15 2010

Chocolate Muffins

Muffin al CioccolatoChe dire, mi era venuta voglia di muffins al cioccolato, così di buona lena mi sono ingegnato per capire come si dovesse procedere. Il risultato? L’aspetto è ottimo, il gusto pure. Da perfezionare i pezzetti di cioccolata che rimangono sospesi nell’impasto, oltre alla lievitazione. Io credo che sbattere il burro con lo zucchero e poi con le uova potrebbe aiutare. Vedremo la prossima volta.


apr 24 2010

Let the sun shine…

Life is... a cabaretLa scorsa estate, al Festival delle Ville Tuscolane, è stato proposto per la prima volta lo spettacolo Life is… a cabaret, nato da un percorso condiviso dal Coro Eufonia della Scuola dei Canti e dai Self Portait Blues. C’era tanta curiosità intorno all’evento: tutti i preparativi erano stati tenuti nel massimo riserbo, e non c’è stato verso di avere nemmeno una piccola descrizione dello spettacolo in anteprima dalla bravissima Lorena Morsilli, direttrice del coro.

Ci siamo trovati di fronte a un viaggio nel musical, dal Fantasma dell’Opera a Hair, dal ritmo serrato, cambi di scena, una sapiente commistione delle parti corali con la band musicale. Insomma, nulla da invidiare a Broadway, sia per la fantasia del filo conduttore, sia per l’ottima direzione artistica e per la sapiente regia di Silvia Faccini, sia per i costumi. Unica pecca: l’acustica. Dalle prime file il coro era coperto dagli strumenti, dalle ultime file il contrario. Sono uscito molto soddisfatto del prodotto, ma con un leggero disappunto, come quando ti trovi di fronte a un pasto di eccellente livello ma ti ricordi di aver già mangiato, quindi puoi soltanto assaporare qualcosa.

Stasera però c’è stata la possibilità di rifarsi. Lo spettacolo è andato di nuovo in scena al Teatro Capocroce, e stavolta tutto è stato perfetto! Finalmente si è potuto apprezzare il suono così come pensato dagli artisti, si è potuto godere delle scenografie, dei costumi, delle luci in maniera più appropriata.

E non da poco, devo in tutta sincerità trovarmi ad apprezzare i profondi miglioramenti che i ragazzi hanno portato al loro lavoro. Frutto di certo di tanto impegno, di sacrifici e litigate, come in ogni backstage che si rispetti, ma il risultato, signori, è stato di un livello decisamente elevato. La finezza delle voci, l’educazione del coro nei tempi e nei volumi, la musica mai invadente e sempre essenziale, un ottimo pianoforte, intermezzi recitati, anche con esilarante comicità, per coprire i cambi di scena e di costume, il ritmo mai lento, due ottimi ballerini, la regia impeccabile, i costumi fantasiosi.

Tanto, tanto lavoro deve essere costato questo spettacolo a chi lo ha prodotto e messo in scena, tanto grande quanto grande deve essere la loro soddisfazione per essere riusciti, così giovani, a creare una cosa tanto bella e piacevole.

Io mi sono emozionato, mi sarebbe piaciuto riprendere uno strumento e partecipare, cantare, ballare con loro. Mi rendo conto che per me ormai quel tempo è passato, ma lasciamo adesso, per favore, che il sole splenda. Che splenda su questi ragazzi così pieni di entusiasmo, dai quali si percepisce una gran voglia di stare insieme, voglia di esprimersi, di sentirsi forti e uniti. Sempre con classe, discrezione e tanta, tanta qualità.