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Sara D Davis / AP Photo

La sensazione è tornata ieri, da quel campo di calcio di Villa Sora, una maglia gialla numero 10, uno scatto su una rimessa laterale. Avevo 11 anni. Una martellata dietro la coscia destra. E poi una settimana a letto, senza riuscire a camminare. Strappo muscolare, mi disse il medico.

Riflettiamo allora sul significato catartico dell’infortunio, più o meno grave. E’ un ostacolo che ci viene frapposto tra la nostra volontà di fare qualcosa e l’effettiva realizzazione. E’ una prova, nel più classico stile dei vecchi cartoni animati sportivi giapponesi. Ora abbiamo la possibilità di starcene in pace, di dire “ma chi me l’ha fatto fare, col cavolo che ci torno”, oppure possiamo arrabbiarci, adirarci, piangere, perché tra noi e quel maledetto ferro ci si è messo il destino. Beffardo.

Lottare. L’unica risposta è lottare per recuperare, per poter tornare a volare, a sognare, ad esprimersi. Un infortunio è innanzitutto una prova per la mente. Qualcosa ci viene tolto, affinché noi possiamo colmare, con la nostra volontà e la nostra forza, quello che ci viene a mancare. Non lasciamoci prendere da discorsi quali “eh, ora proprio non ci voleva…”, “proprio ora che stavo riprendendo la forma”, “proprio ora che cominciavo a credere davvero di poterlo fare”. Giusto. Proprio ora. Perché ora è il momento di capire, e il momento non poteva essere dei migliori.

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Major

Linguista, mezzo latinista, antigrecista e web designer, a Frascati (Roma)

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